La musica finisce, ma non finisce davvero. Resta sospesa nell’aria, come il tremolio di quelle migliaia di candele che hanno trasformato una piazza in qualcosa di più di un luogo: un respiro collettivo, un silenzio che parla, una ferita che prova a diventare luce. Ieri sera, in piazza Guglielmo a Monreale, non c’è stato solo un concerto al piano forte di Silvia Vaglica e Tommaso Lannino che hanno eseguito le musiche scelte dall’assessore allo spettacolo Salvo Giangreco. È stato un momento in cui il tempo si è fermato. Le note del pianoforte hanno attraversato la piazza come carezze, lente, profonde, necessarie. Ogni accordo sembrava chiamare per nome Andrea Miceli, Massimo Pirozzo, Salvo Turdo. Non per trattenerli, ma per non lasciarli andare davvero. Perché certe assenze non si colmano: si custodiscono. C’era un silenzio diverso, quasi sacro. Non il silenzio vuoto, ma quello pieno di occhi lucidi, mani intrecciate, respiri trattenuti. Un silenzio che univa tutti, senza bisogno di parole. Le candele illuminavano i volti, ma soprattutto illuminavano la memoria. Migliaia di piccole fiamme, come se ognuna volesse dire: io ricordo.
E in quella luce fragile e potente insieme, la musica ha fatto il resto. Ha raccontato il dolore, senza nasconderlo. Ha accarezzato la rabbia, senza alimentarla. Ha indicato una strada, senza imporla. Perché quel pianoforte, lì, non era solo uno strumento. Era voce. Era ponte. Era un modo per dire che la violenza non può essere l’ultima parola. E allora succede qualcosa. Succede che la piazza diventa comunità. Succede che il ricordo smette di essere solo nostalgia e diventa responsabilità. Succede che, per un attimo, il dolore si trasforma in qualcosa che somiglia alla speranza. Non una speranza ingenua. Ma una speranza ostinata. Quella che nasce quando si sceglie, insieme, di non dimenticare.
Quando l’ultima nota si spegne, nessuno applaude subito. Perché non è un finale. È una continuità. È una promessa silenziosa che resta negli occhi di chi c’era. E forse è proprio lì, in quel momento sospeso tra buio e luce, tra assenza e presenza, che Monreale ha trovato il modo più autentico per ricordare. Non solo con il cuore. Ma con coscienza.










