Il bosco brucia, la politica sfila

Giorgio Vaiana

Cronaca - L'editoriale

Il bosco brucia, la politica sfila
"È un copione che conosciamo a memoria. Bruciano i boschi. Poi arrivano le telecamere, i sopralluoghi, le dichiarazioni, le promesse"

26 Luglio 2026 - 11:46

Ogni estate la Sicilia brucia. E ogni estate la politica si divide in due categorie: chi governa e si difende, e chi è all’opposizione e accusa. È un copione che conosciamo a memoria. Bruciano i boschi, vengono evacuate le abitazioni, il fumo avvolge intere comunità. Poi arrivano le telecamere, i sopralluoghi, le dichiarazioni, le promesse. Si parla di prevenzione, di tutela del territorio, di rimboschimento, di sicurezza ambientale. Infine si scattano le fotografie davanti ai tronchi anneriti e tutto finisce lì.

È accaduto anche a Casaboli. Davanti a un paesaggio devastato, il Partito Democratico ha denunciato il fallimento del sistema di prevenzione e ha chiesto alla Regione siciliana un cambio di passo. Richieste legittime. Persino doverose. Ma una domanda resta sospesa nell’aria, insieme all’odore acre del legno bruciato. Dove erano tutte queste parole prima che il bosco prendesse fuoco? Perché la prevenzione non nasce davanti ai microfoni. La prevenzione si fa quando nessuno guarda. Quando non ci sono telecamere, quando i giornali parlano d’altro e quando un politico non può ricavare nemmeno un titolo da un intervento di manutenzione. La prevenzione è fatta di boschi puliti, viali parafuoco percorribili, sistemi di videosorveglianza, controllo del territorio, coordinamento tra enti, programmazione e investimenti continui.

È un lavoro silenzioso. Per questo rende poco in termini di consenso. Molto più semplice è arrivare quando il disastro è già compiuto. Molto più semplice è indicare la montagna nera e dire che bisogna fare prevenzione. Il punto è che questa scena non è nuova. Nel 2017 il Partito Democratico governava il Paese. Nello stesso periodo sosteneva il governo regionale guidato da Rosario Crocetta. Anche allora la Sicilia veniva devastata dagli incendi. Anche allora Legambiente denunciava ritardi nell’attuazione del piano antincendio e criticità organizzative. Anche allora ministri e parlamentari parlavano della necessità di rafforzare la prevenzione e il coordinamento. Sono trascorsi quasi dieci anni. Le parole sono rimaste identiche. Le montagne continuano a bruciare. Ed è questa la vera sconfitta della politica italiana.

Perché il problema non è il Partito Democratico. Non è Fratelli d’Italia. Non è il centrodestra. Non è il centrosinistra. Il problema è una politica che sembra ricordarsi dei boschi soltanto quando diventano cenere. La prevenzione è diventata la parola più abusata e meno praticata del vocabolario istituzionale. Ogni estate viene pronunciata centinaia di volte. Ogni inverno sembra sparire dagli uffici dove si decidono bilanci, priorità e programmazione. Eppure dovrebbe essere esattamente il contrario.

Il successo della prevenzione ha una caratteristica straordinaria: non fa notizia. Nessun giornale aprirà mai con il titolo: “Quest’anno un bosco non è bruciato perché qualcuno ha fatto bene il proprio lavoro”. Fa notizia soltanto il Canadair. Fa notizia soltanto la colonna di fumo. Fa notizia soltanto la casa evacuata. Ma il compito della politica non è inseguire le notizie. È impedirle. Per questo le visite istituzionali nei luoghi degli incendi sono giuste, persino necessarie. Guai a contestare la vicinanza alle comunità colpite. Diventano però inutili se non sono accompagnate da una domanda che ogni cittadino dovrebbe rivolgere a chiunque ricopra un incarico pubblico, senza distinzione di partito.

Che cosa avete fatto negli ultimi dodici mesi perché tutto questo non accadesse? Non cosa farete domani. Non quali fondi chiederete. Non quali commissioni istituirete. Che cosa avete fatto prima. Perché è lì che si misura la qualità della politica. Non davanti ai boschi distrutti. Ma davanti a quelli ancora verdi. La Sicilia non ha bisogno di un’altra estate di dichiarazioni. Ha bisogno di una primavera di manutenzione. Ha bisogno di meno conferenze stampa e più motoseghe nei viali parafuoco. Meno passerelle e più programmazione. Meno polemiche e più controlli. Perché quando decolla il primo Canadair significa che qualcuno, molto prima, ha già perso la battaglia. E quella battaglia non si vince davanti alle telecamere. Si vince mesi prima, nel silenzio. Ed è proprio quel silenzio che, da troppo tempo, la politica continua a non saper ascoltare.

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