A Monreale gli incendi li vedono tutti. Tranne quando iniziano

Vincenzo Ganci

Cronaca - Il commento

A Monreale gli incendi li vedono tutti. Tranne quando iniziano
Il giorno dopo gli incendi che hanno devastato (ancora) la nostra casa, c'è una domanda che dovremmo rivolgere anche a noi stessi

24 Luglio 2026 - 09:00

Ogni anno è la stessa storia. Appena il fumo degli incendi si dirada (a volte anche prima), sui social compare un esercito di investigatori, criminologi, strateghi militari, esperti di protezione civile, piloti di Canadair, economisti della forestazione e analisti geopolitici.

C’è chi sa già chi è stato. Chi conosce il mandante. Chi individua il complotto. Chi è certo che dietro ci sia il business dei Canadair. Chi giura che siano i forestali. Chi parla di multinazionali, cambiamenti climatici, spopolamento, interessi milionari e persino di fantomatici “professionisti del fuoco” travestiti da escursionisti.

Peccato che tutto questo patrimonio di conoscenze emerga sempre e soltanto… dopo. Perché poi c’è un dettaglio che continua a sfuggirci. Sono stati trovati decine di inneschi nel cuore del bosco di Casaboli. Un bosco che non è in mezzo al deserto. È un bosco con appena tre accessi, alcuni circondati da abitazioni. Per arrivare fino al punto in cui sono stati trovati gli inneschi qualcuno ci è dovuto andare. E poi è dovuto tornare indietro.

Non si è teletrasportato. Non è arrivato con un drone. Non è sceso da Marte. Ha percorso delle strade. Probabilmente con un’auto, una moto o a piedi. È passato davanti case, cancelli, persone. Eppure nessuno ha visto nulla, nessun movimento “fuori posto”. Strano, vero? Perché sui social basta una fotografia sfocata per riconoscere un cugino di terzo grado visto una sola volta nel 1998. Ma quando qualcuno entra in un bosco con l’intenzione di incendiarlo, improvvisamente cala il sipario.

Nessuno vede. Nessuno sente. Nessuno ricorda. Poi però arrivano le certezze. “I Canadair costano 18 mila euro l’ora”. Vero. Ma quel costo esiste perché il Canadair vola, non perché qualcuno incassa ogni volta che decolla. I piloti non vengono pagati “a viaggio”, né esiste un premio per ogni incendio spento. È un servizio pubblico di emergenza che costa moltissimo proprio perché serve a limitare danni che costerebbero ancora di più.

“I forestali guadagnano con gli incendi”. Anche questa è una leggenda dura a morire. Gli operai forestali e gli uomini del Corpo Forestale non percepiscono un compenso in base al numero dei roghi. Anzi, chi in questi giorni era sul campo ha lavorato per ore in condizioni estreme, rischiando la propria incolumità per salvare case, aziende e migliaia di ettari di bosco. Ci sono mele marce? Probabile, come in tutti i settori. Se qualcuno ha prove, le consegni alla magistratura. Generalizzare significa insultare migliaia di persone che fanno il proprio dovere.

Le domande serie, invece, sono altre. Perché in aree così sensibili non ci sono sistemi di videosorveglianza agli accessi? Perché non si investe ancora di più nella prevenzione? Perché ogni estate ci ritroviamo a parlare di emergenza anziché di pianificazione? Queste sono domande legittime. Così come è legittimo chiedere più controlli, più telecamere nelle strade rurali, più manutenzione del territorio e un coordinamento sempre più efficace tra tutte le forze impegnate nella lotta agli incendi.

Ma c’è una domanda che dovremmo rivolgere anche a noi stessi. Se davvero qualcuno ha visto movimenti sospetti… se davvero qualcuno ha notato un’auto ferma nel posto sbagliato… se davvero qualcuno conosce nomi, volti o abitudini… perché aspettare Facebook? Perché non chiamare subito il 112, il 1515 o il 115? Perché la differenza tra un bosco salvato e un bosco ridotto in cenere, a volte, è una telefonata di pochi secondi fatta cinque minuti prima. Forse il problema non è soltanto trovare chi accende il fiammifero. Forse il problema è smettere di voltarsi dall’altra parte. Perché gli incendi, da soli, non si appiccano. E il silenzio, purtroppo, brucia quasi quanto il fuoco.
Perché mentre noi discutiamo di complotti e teorie sui social, c’è chi il fuoco lo affronta davvero.
Ad Alessandro Marchì, che la terra ti sia lieve.

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