Ieri Monreale ha vissuto una delle sue giornate e nottate più complesse e paurose della sua storia. Le fiamme hanno divorato il bosco di Casaboli, a Pioppo, e si sono spinte fino alla zona di San Martino delle Scale, interessando il Villaggio Montano. Ettari di patrimonio naturale ridotti in cenere in poche ore, alberi cresciuti in decenni cancellati dalla violenza del fuoco. Ancora una volta ci ritroviamo davanti alle stesse immagini: il cielo rosso nella notte, il fumo che avvolge le montagne, i mezzi di soccorso impegnati senza sosta, i cittadini con il fiato sospeso. Cambiano i luoghi, ma il copione è sempre lo stesso. E la domanda è sempre la stessa: fino a quando? Perché è difficile credere che tutto questo sia soltanto il frutto del caso.
Ogni estate la Sicilia brucia con una puntualità impressionante. Ogni estate interi boschi vengono distrutti. Ogni estate si parla di piromani, di mani criminali, di incendi dolosi. Poi, però, con l’arrivo delle prime piogge, cala il silenzio. Le indagini si perdono, i riflettori si spengono e, troppo spesso, i responsabili restano senza un volto e senza un nome. È questa la vera sconfitta dello Stato.
Perché un territorio non si difende soltanto con canadair, elicotteri e squadre antincendio. Si difende soprattutto prima che qualcuno accenda il primo fiammifero. Con controlli mirati nelle aree più esposte, con una presenza costante delle forze dell’ordine nei periodi di massimo rischio, con sistemi di videosorveglianza, con un’intelligence del territorio capace di prevenire e individuare chi trasforma il fuoco in un’arma contro la collettività. Non è accettabile assistere ogni anno allo stesso spettacolo e limitarsi a contare gli ettari andati perduti. La prevenzione non può essere il punto debole della lotta agli incendi.
La politica, a ogni livello, dovrebbe interrogarsi su questo. Perché il dissesto ambientale provocato dagli incendi non è soltanto un problema ecologico: significa perdita di biodiversità, maggiore rischio idrogeologico, danni economici, turismo penalizzato e territori più fragili. Il costo di un bosco distrutto è infinitamente superiore a quello necessario per proteggerlo. E dovrebbe smettere di fare le solite passerelle il giorno dopo. Rimanga negli uffici a fare il proprio lavoro.
Eppure, in mezzo a tanta amarezza, c’è anche una certezza che merita di essere riconosciuta. È quella rappresentata dalla straordinaria macchina dei soccorsi. Vigili del Fuoco, Corpo Forestale, Protezione Civile, forze dell’ordine, operatori regionali e tanti volontari che, spesso fino all’alba, affrontano fiamme, caldo estremo e condizioni proibitive per salvare ciò che può ancora essere salvato. Donne e uomini che non si chiedono se sia giorno o notte, se sia un giorno festivo o feriale. Ci sono e basta. E il loro lavoro, troppo spesso dato per scontato, merita il rispetto e la gratitudine dell’intera comunità. Ma non possiamo continuare ad affidarci soltanto al loro coraggio. Un sistema che funziona solo nella fase dell’emergenza è un sistema che arriva sempre troppo tardi. Il vero successo non è spegnere un incendio. Il vero successo è impedirgli di nascere. Perché ogni albero che oggi vediamo trasformato in cenere non rappresenta soltanto una perdita ambientale. È un pezzo della nostra storia, del nostro paesaggio e del futuro dei nostri figli che se ne va. E questo, semplicemente, non possiamo più permettercelo. Quando un bosco brucia, perdiamo tutti. Ma quando chi lo ha incendiato resta impunito, non ha perso soltanto la natura. Ha perso lo Stato.




