L’agguato alla caserma di San Cipirello nel diario di un carabiniere: “Persi sotto i miei occhi due dei miei migliori amici”

Vincenzo Ganci

Regione - La testimonianza

L’agguato alla caserma di San Cipirello nel diario di un carabiniere: “Persi sotto i miei occhi due dei miei migliori amici”
A far conoscere questa testimonianza alla redazione il figlio di Blaconà, dopo aver letto il nostro articolo dedicato alla commemorazione dei due militari

26 Agosto 2026 - 11:29

Una testimonianza rimasta per decenni tra le pagine di un diario restituisce oggi il racconto diretto di una delle pagine più drammatiche della lotta al banditismo in Sicilia. È quella del carabiniere Domenico Blaconà (nato a Caccuri il 4 novembre 1928 e deceduto a Ciampino il 3 agosto 2020), che la sera del 25 agosto 1949 si trovava nella caserma di San Cipirello quando gli uomini della banda Giuliano aprirono il fuoco, uccidendo i carabinieri Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza (LEGGI L’ARTICOLO QUI).

A far conoscere questa testimonianza alla redazione di Monreale Press è stato Antonio, il figlio di Blaconà, dopo aver letto il nostro articolo dedicato alla commemorazione del 77° anniversario dell’eccidio. Il racconto venne messo per iscritto da Domenico Blaconà nel 1955, sei anni dopo l’agguato. All’epoca dei fatti era carabiniere in servizio al CFRB, amico dei due militari uccisi e testimone diretto dell’attacco. Durante il suo servizio nell’Arma, Blaconà fece anche parte della formazione che diede la caccia a Luciano Liggio dopo l’omicidio di Placido Rizzotto. Con l’autorizzazione della famiglia, pubblichiamo integralmente la trascrizione del suo racconto, conservandone linguaggio e forma originali. L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE FOTO

“Persi sotto i miei stessi occhi due dei miei migliori amici”

Caddero sotto il piombo dei briganti questi prodi carabinieri della Stazione di San Cipirello (Palermo), la sera del 25 agosto 1949:

Data questa che il tempo non potrà mai cancellare dalla mia mente, sotto la quale persi sotto i miei stessi occhi e senza poter far nulla per loro, due dei miei migliori amici: Giovanni Calabrese e Fiorenza Giuseppe.

Avevamo allora allora finito di cenare, con una cenetta più rumorosa del solito, quasi avesse voluto infondere in noi tutti un triste presentimento.

L’inizio dell’agguato

Blaconà ricostruisce quindi i momenti immediatamente precedenti all’attacco. I carabinieri stavano preparandosi a uscire dalla caserma per il servizio notturno quando cominciò la sparatoria.

Le tenebre funeste, dietro le quali si nascondeva l’orribile agguato, incominciavano a farsi più dense, e noi ci apprestammo ad uscire dalla caserma per disimpegnare il nostro regolare servizio notturno. Uscì per primo Giovanni seguito, alla distanza di 50 metri, da Giuseppe (dovevamo uscire dalla porta della caserma uno per volta e alla distanza di cento metri l’un dall’altro) quando scatenato ed orribile fuoco di mitra si avventò contro questi due, ch’erano già sulla strada, e contro la porta della caserma, dietro la quale eravamo altri 8 Carabinieri pronti per uscire.

Ne saremmo usciti certamente morti, ed allora avemmo ordini di portarci alle finestre nell’interno. Ma neppure di qui potemmo difendere i poveri sventurati nostri colleghi, poiché, prima che le aprissimo noi, le imposte furono spalancate dalle micidiali raffiche di mitra e di fucili mitragliatori dei fuorilegge.

Venti minuti di fuoco

Il racconto prosegue con la descrizione dell’attesa all’interno della caserma e di ciò che i militari trovarono quando, dopo circa venti minuti, la sparatoria cessò.

E cosa noi potemmo fare più se non rassegnarci ad aver perduti altri due dei nostri compagni ed aspettare che il fuoco cessasse? Dopo 20 minuti circa di scatenata sparatoria, cessò finalmente ogni rumore, ed allora potemmo varcare la soglia della caserma. Ma quale spettacolo triste vedemmo! Uno scroscio di passi affrettati tra quelle viuzze; uno che fischia, l’altro che risponde col fischio; dalle porte vicine semichiuse si vedevano spuntare un pò di capelli e mezze facce; le tenebre così fittissime che non ci lasciavano distinguere a mezzo passo l’un dallo altro; un continuo rimbombar di tuoni che annunciavano prossima la tempesta: due giovani pieni di vita e ancora anelanti erano lì a terra, che si preparavano alle ultime lotti della vita.

La bestiale furia della Banda Giuliano, di quegli uomini scatenati e feroci al par di una bestia feroce, si era precipitata contro due onesti, ed aveva tolto loro la giovane vita, quella stessa vita che solo attimi prima avevo visto con i miei stessi occhi pulsare di amore e di coraggio; avevano tolto la luce a quegli occhi, che un attimo prima avevo visto brillar luminosissimi e pieni di gioia; avevano tolto il rossore a quelle stesse guance, che poco prima avevo viste rosse come infocate: avevano ucciso il corpo di due creature umane, il cui spirito li perseguiterà sempre finché una più orrenda morte non ebbero gli uccisori stessi, coloro che per tanto tempo si posero spavaldamente al di sopra di Dio stesso.

Le ultime parole di Giovanni Calabrese

È a questo punto che la testimonianza assume una dimensione ancora più personale. Blaconà racconta di essere corso verso Giovanni Calabrese e di averlo trovato ancora in vita.

Servendomi di una lampadina, corsi subito verso il povero Giovanni, che giaceva in una chiazza di sangue, ancora caldissimo, a pochi metri dalla porta, il quale, radunando tutte le ultime sue forze, a stento pronunciava le ultime parole del morente: Mamma, Mamma! Autatemi!

Mi chinai dolcemente, e non senza lacrime, su di lui e mi adoperava per far qualcosa, ma in questo frattempo una voce incitante più che imperiosa, mi ordinò di non perdere ancora tempo a rincorrere i banditi, che stavano per dileguarsi, onde i nostri umini non morissero invendicati.

Sempre piangendo, come non avevo mai pianto, come l’avevo tra le braccia, me lo strinsi al petto, un bacio, un addio — che certamente non avrà neppure capito —, lo cedetti ad alcune donne del luogo che, al dileguardi dei banditi, erano accorse, e scappo disperato.

“Inciampo: casco: sono sopra il cadavere di Giuseppe”

Pochi metri dopo, Blaconà si imbatté nell’altro collega colpito durante l’agguato, Giuseppe Fiorenza.

Avevo fatto pochi passi che inciampo: casco: sono sopra il cadavere di Giuseppe. Povero Giuseppe, dopo tanti colpi di mitra nel corpo, dopo morto, ci voleva, per chiudere, anche quel mio peso sopra! Baciai anche lui, e via col sangue in gola e con gli occhi rossi, come quelli di una belva ferita a sangue.

Al rientro in caserma non li trovai più: erano già state trasporate a Palermo le loro Salme; né più li rividi, ne non oggi, tra queste cartacce piene di polvere ed ammuffite.

Il ricordo della lotta al banditismo

Nelle ultime righe del suo racconto, Blaconà allarga lo sguardo agli altri carabinieri caduti e alla violenza che in quegli anni interessò numerosi centri della Sicilia occidentale.

Ma quant’altri ne caddero ancora nella nobile lotta ingaggiata dall’Arma per ristabilire l’imperio della legge.

San Cipirello, San Giuseppe Jato, Partinico, Montelepre, Bellolampo, Portella della Ginestra, Portella della Paglia, Camporeale, Alcamo, raggiunsero in quel periodo il doloroso primato di 94 morti ed in numero tre o quattro volte più elevato i feriti.

Particolarmente duro é stato il compito dell’Arma nelle zone suddette, dove il banditismo assunse forme di violenza e di criminalità del tutto inaudite ad opera specialmente delle bande armate capitanate dai sanguinari fuorilegge Salvatore Giuliano, Giuseppe Labruzzo e Antonio Lombardo, consumando delitti, la cui ferocia é ancora ricordata con terrore dalle popolazioni di quei paesi, che per tanto tempo furono teatro delle criminose gesta – spessissimo impunite – consumate da un branco di assassini, autentiche belve in sembienze umane.

Settantasette anni dopo quella notte e settantuno anni dopo che Domenico Blaconà affidò questi ricordi al suo diario, le sue parole aggiungono una dimensione personale alla memoria di Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza, decorati con la Medaglia d’Oro al Valore dell’Arma dei Carabinieri alla memoria. Non soltanto due nomi ricordati durante una commemorazione, ma due giovani carabinieri dei quali un collega e amico conservò per tutta la vita il ricordo degli ultimi istanti.

Altre notizie su monrealepress

Autorizzazione del Tribunale di Palermo N. 621/2013

Direttore Responsabile Giorgio Vaiana
redazione@monrealepress.it
Questo sito contribuisce all'audience delle testate giornalistiche edite da Migi Press snc