Dal nostro inviato a Roma
Per anni la maternità è stata raccontata soprattutto come un ostacolo alla carriera, un problema organizzativo o, nel migliore dei casi, un tema da affrontare attraverso bonus e strumenti di welfare. Al Festival del Lavoro 2026 in corso a Roma, invece, ha iniziato a prendere forma anche una narrazione diversa: usare la genitorialità come competenza. È probabilmente questo uno dei passaggi più interessanti emersi durante il confronto dedicato a famiglia, natalità e pari opportunità, temi affrontati più volte nel corso della manifestazione e al centro dell’intervento della ministra Eugenia Maria Roccella. Nel suo ragionamento il tema non è stato soltanto quello degli incentivi economici o delle misure a sostegno della natalità. La riflessione si è spostata soprattutto sul modo in cui il lavoro continua ancora oggi a rapportarsi alla maternità e più in generale alla genitorialità.
Secondo il ministro, infatti, molte delle differenze che ancora esistono nel mercato del lavoro non derivano tanto da disparità formali nei contratti, quanto da percorsi professionali spesso discontinui, legati alla difficoltà di conciliare famiglia e lavoro. Una difficoltà che continua a pesare soprattutto sulle donne. Da qui il riferimento a un’organizzazione del lavoro “non ancora abbastanza amichevole” nei confronti della maternità e della genitorialità, con il rischio che gravidanza, cura dei figli e gestione familiare diventino ancora elementi capaci di rallentare o interrompere una carriera professionale. Nel corso del dibattito sono stati richiamati i diversi strumenti messi in campo dal governo negli ultimi anni, dall’aumento dei congedi parentali all’assegno unico, passando per il welfare aziendale e le certificazioni per le imprese orientate alla parità di genere e alla conciliazione vita-lavoro.
Ma il punto più interessante è emerso quando il confronto si è spostato sulle cosiddette competenze trasversali, le soft skills. Ascolto, capacità organizzativa, gestione dello stress, multitasking, adattamento ai cambiamenti. Competenze che spesso vengono richieste sempre di più anche nel mondo del lavoro e che, secondo la riflessione emersa al Festival, possono svilupparsi proprio attraverso l’esperienza della genitorialità. È qui che il dibattito cambia prospettiva. Non più la maternità letta soltanto come limite o costo organizzativo, ma anche come esperienza capace di produrre competenze personali e relazionali trasferibili nel lavoro. In altre parole, la genitorialità non più soltanto come difficoltà da gestire, ma anche come esperienza che può formare capacità utili nella vita professionale.
Naturalmente resta aperto il tema di come evitare che anche la genitorialità venga osservata esclusivamente in chiave produttiva. Ma il cambio di linguaggio emerso durante il Festival appare comunque significativo, soprattutto in un Paese nel quale il calo della natalità continua a intrecciarsi con precarietà, salari bassi e difficoltà di conciliazione. Nel Mezzogiorno il tema assume probabilmente un peso ancora maggiore. Perché dietro il dibattito su welfare e pari opportunità continua spesso a esserci un paradigma culturale molto radicato: quando l’equilibrio familiare entra in difficoltà, è ancora frequentemente il lavoro della donna a essere considerato più sacrificabile. Ed è anche da questo meccanismo che può nascere una parte del divario di genere nel lavoro, altro tema affrontato più volte durante il Festival. Se infatti sono soprattutto le donne a interrompere o rallentare il proprio percorso professionale per esigenze familiari, il rischio è che differenze salariali, minore continuità contributiva e minore accesso ai ruoli di responsabilità continuino inevitabilmente ad alimentarsi. Per questo il vero cambiamento evocato durante il Festival sembra essere prima di tutto culturale. Non soltanto più strumenti o incentivi, quindi, ma un modo diverso di guardare alla genitorialità, alla famiglia e al lavoro dentro una società che continua a cambiare.





