Un appello forte, diretto, senza sconti. In occasione dei Primi Vespri della Solennità del Santissimo Crocifisso, celebrati il 2 maggio presso la Collegiata, l’arcivescovo di Monreale, Gualtiero Isacchi, ha rivolto alla comunità un messaggio intenso che intreccia fede, memoria storica e attualità sociale. Davanti a una comunità raccolta nel segno di una tradizione che dura da oltre quattro secoli, Isacchi ha ricordato come “da 400 anni la comunità di Monreale celebra questa Festa”, rinnovando la devozione al Santissimo Crocifisso, il “Patruzzu Amurusu” a cui i fedeli continuano a rivolgersi per chiedere grazia.
Ma il cuore dell’omelia si è concentrato su una lettura profonda e drammatica del presente. L’arcivescovo ha parlato apertamente di una nuova emergenza sociale: “Il virus della violenza ci ha già contagiati”, ha detto, facendo riferimento anche ai recenti lutti che hanno colpito la comunità. Una violenza che, ha sottolineato, non si manifesta solo nei fatti più eclatanti, ma si insinua “nelle nostre case e nelle nostre relazioni”. Un elenco duro, quasi una denuncia: “bambini abusati, donne violate, uomini sfruttati, anziani abbandonati”, ma anche “linguaggi rabbiosi e volgari, bullismo, spaccio di droga, degrado ambientale e morale”. Segni evidenti di un malessere diffuso che Isacchi definisce senza mezzi termini “una nuova peste”. Di fronte a questo scenario, la risposta proposta non è quella della forza, ma della conversione interiore. Richiamando il messaggio evangelico, l’arcivescovo ha invitato i fedeli a “imparare la via della mitezza e dell’umiltà”, abbandonando “la via del rancore e della vendetta, della raccomandazione e del potere”.
Un passaggio particolarmente incisivo ha riguardato anche il rischio di svuotare il senso autentico della festa religiosa: “Se così non è, allora tutto questo è solo confusione, distrazione, business”, ha ammonito, riferendosi a celebrazioni vissute senza una reale adesione alla fede. Un monito a non ridurre il Crocifisso “a oggetto funzionale ai festeggiamenti”. Nel suo intervento, Isacchi ha ribadito che la Croce resta un messaggio controcorrente, spesso difficile da accettare: “Cristo crocifisso è scandalo e stoltezza”, ma al tempo stesso “potenza di Dio e sapienza di Dio” per chi crede. Una fede che, ha spiegato, non può restare teorica ma deve tradursi in cambiamento concreto: “Solo nell’accoglienza di fede esso diventa vita nuova, rinnovamento sociale e civile”.
Infine, l’arcivescovo ha richiamato il ruolo della comunità cristiana, chiamata a essere luogo di testimonianza e trasformazione: “La croce è la via e il Crocifisso la verità”, ha concluso, invitando tutti a diventare “lievito di vita nuova perché liberi da ogni violenza”. Un messaggio che segna l’inizio della festa del Santissimo Crocifisso con un forte richiamo alla responsabilità collettiva, in un momento in cui Monreale è chiamata a interrogarsi sul proprio presente e sul proprio futuro.




