Palermo, truffa all'inps, trafugate buonuscite per quasi un milione di euro

Redazione

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Palermo, truffa all'inps, trafugate buonuscite per quasi un milione di euro
Operazione Carambola dei carabinieri. Quattro le persone arrestate, 8 indagate. Coinvolto un funzionario dell'Inps

18 Gennaio 2016 - 00:00

Dalle prime ore del mattino, a Palermo e Fermo, i carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno eseguito una misura cautelare, emessa dal Gip del tribunale di Palermo su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di 12 persone (di cui 1 in carcere, 3 agli arresti domiciliari e 8 sottoposizioni ad obblighi di presentazione alla P.G.), ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata a commettere una pluralità indeterminata di delitti di truffa aggravata, falso, corruzione e riciclaggio, sostituzione di persona, ricettazione, accesso abusivo a sistema telematico. Contestualmente i militari hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo, per un valore equivalente di 300 mila euro, nei confronti di 5 indagati. L’esecuzione dei provvedimenti conclude una complessa attività investigativa sviluppata dai carabinieri della Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura, coordinati dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti procuratori Maurizio Agnello e Luca Battinieri.

Le indagini, avviate nel dicembre 2012, nascono dalle denunce presentate dall’Inps, a seguito dell’individuazione di un’anomalia nella corresponsione dei Trattamenti di Fine Servizio (TFS), c “Buonuscita”, e in particolare nella “riemissione” della stessa in favore di un pensionato. Al riguardo, va precisato che i reati erano stati commessi in un momento di criticità per l’istituto previdenziale, ovvero nel settembre del 2012 in occasione della fusione dei due più importanti istituti previdenziali nazionali: l’Inps e l’INPDAP.

Il modus operandi dell’associazione criminale si basava sull’apporto determinante di un dipendente Inpdap, V.V., funzionario di livello C2, che, attingendo alle informazioni contenute nel database dell’istituto, forniva agli altri associati i nominativi su cui poter effettuare le operazioni illecite. Il meccanismo può essere così sintetizzato: presupposto operativo era che alcune emissioni del TFS non andassero a buon fine perché o era sbagliato il codice Iban indicato dal pensionato o la banca destinataria aveva cambiato denominazione (e quindi Iban); in tali circostanze, le somme che dovevano essere erogate, per l’impossibilità di accredito, venivano accantonate in un deposito (c.d. “Sospeso”) della Banca cassiera dell’Istituto previdenziale; la banca cassiera dell’ente periodicamente comunicava all’Inps la lista relativa a tale “sospeso”, contenente le generalità del legittimo percettore che, ricontattato, veniva invitato a compilare un nuovo modello (cd. di “Riemissione”) indicando le nuove coordinate Iban; V.V., naturale destinatario (attraverso la Ragioneria) della comunicazione relativa alla situazione del deposito “sospeso”, in qualità di  addetto alla trattazione di tale tipologia di pratiche, istruiva le cosiddette “riemissioni”.

Ottenuta la lista (e le modulistiche compilate dai pensionati), anziché provvedere a lavorarla secondo la prassi operativa dell’Istituto, selezionava le richieste con gli importi più elevati e le segnalava agli altri sodali, in particolare a agli altri tre indagati, tutti destinatari di ordinanza di custodia cautelare; quest’ultimi, utilizzando procedure di homebanking, aprivano un conto corrente intestato alla persona (il pensionato) – a sua insaputa – che avrebbe dovuto legittimamente percepire il TfS; i tre fornivano un codice Iban a V.V. il quale, dopo aver distrutto l’originale della domanda di riemissione, compilava un ordine di pagamento artefatto recante il codice Iban indicatogli dagli altri associati; una volta giunti sul conto corrente appositamente aperto, i fondi venivano immediatamente “carambolati” su altri conti correnti di persone compiacenti (pensionati o parenti degli indagati) che (dopo aver prelevato il denaro contante) ne trattenevano una minima percentuale per sé stessi a “retribuzione” della propria prestazione/disponibilità, restituendo la parte più ingente dell’illecito provento all’organizzazione.

Da questo meccanismo di “carambolazione” di conto in conto prendeva nome l’operazione. In tal modo e alterando 5 pratiche sono stati sottratti 273 mila euro. Dagli accertamenti esperiti con la piena collaborazione dell’Ente previdenziale è emerso che gli indagati stavano trattando ulteriore 11 pratiche di riemissione, per un importo complessivo di 560 mila euro (di cui 140 mila circa accreditati, ma non potuti riscuotere ed altri  420 mila relative a quelle in fase di lavorazione).

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