Cronaca

Il Giro d’Italia a Monreale 39 anni dopo l’impresa del monrealese Patellaro

“Signore e signori buon pomeriggio. Il monrealese Benedetto Patellaro è in fuga solitaria dal chilometro 30″. Era questo l’incipit del grande Adriano De Zan nella diretta televisiva Rai della Mantova-Borno, 17esima tappa del Giro d’Italia 1981. Per i monrealesi una tappa passata alla storia.

Come racconta l’Agenzia di stampa Italpress e come ha raccontato qualche tempo fa anche il quotidiano Monreale News – forse non tutti ricordano che quel giorno, era l’1 giugno, ad arrivare a braccia alzate sul traguardo di Borno, amena località sciistica dalle parti di Boario Terme, fu proprio il monrealese Benedetto Patellaro, che riuscì a compiere un’impresa leggendaria, che ancora oggi, a distanza di 39 anni, tanti ricordano ancora con grande emozione. Il giovane Benedetto, che all’epoca aveva 21 anni, correva per la Hoonved Bottecchia, capitanata dal velocista Giovanni Mantovani. E che il monrealese avesse stoffa lo sapevano in molti nell’ambiente. Particolare confermato dal fatto che Benedetto restò “in classifica” per le prime sette tappe. Poi, però, da buon gregario, quando il suo capitano cadde rovinosamente, restò al suo fianco per aiutarlo a raggiungere il traguardo, accumulando, per questo motivo, un ritardo di alcuni minuti.

Un’azione generosa la sua, che, però, lo fece uscire dalle posizioni che contano della classifica generale. Si dedicò, allora, alle imprese di giornata, come quella che realizzò, appunto, quell’1 giugno quando si correva, come detto, la Mantova-Borno, di 215 chilometri con quattro colli da scalare. Quella mattina, dopo il pronti-via, partì in fuga Mario Noris, un corridore che difendeva i colori dell’Atala. Dopo 30 chilometri, però, Patellaro capì che era il momento di fare da solo. Uscì dal gruppo e si mise sulle tracce di Noris, che raggiunse già sul primo dei quattro colli, il San Fermo, nei pressi del lago d’Iseo. Benedetto, conoscendo bene quelle strade (da dilettante si allenava lì), sapeva che il lungo tratto di pianura successivo avrebbe favorito il rientro del gruppo e per questo avrebbe voluto la spalla di Noris. Questi, però, non ne aveva più e mollò quasi subito. Patellaro, allora, decise di proseguire da solo. La sua fu un’azione imperiosa, fatta di migliaia di pedalate poderose, che gli permisero di accumulare un vantaggio rassicurante, fino a farlo arrivare col sorriso stampato sul volto, a beneficio dei fotografi, da solo ed a braccia alzate, sul traguardo di Borno a circa mille metri sul livello del mare.

L’ultimo a cedere fu lo spagnolo Faustino Ruperez, fresco trionfatore della Vuelta che accusò un ritardo di 2 minuti e 55 secondi. Saronni, il più forte ciclista italiano di quell’epoca, arrivò a quasi 5 minuti. Moser beccò una “cotta” storica e prese ben 9 minuti da Patellaro. A Monreale scoppiò il finimondo. Fu un’anticipazione di quello che successe un anno dopo, quando l’Italia vinse i Mondiali di calcio in Spagna. La gente usciva per strada per festeggiare. Settimo Mirto, portinaio dello stabile di via della Repubblica, dove viveva Benedetto, appassionato di ciclismo, colmo di felicità, non riusciva a trattenere la propria euforia ed avrebbe voluto tirare fuori bandiere e tutto quello che serviva per manifestare il proprio entusiasmo. I ragazzi di allora, durante le loro passeggiate in bici, non facevano altro che parlare di quell’impresa che consideravano leggendaria. Oggi Benedetto, che ha quasi 61 anni, vive a Carlazzo, in provincia di Como, dove è il comandante della Polizia Municipale e, col fisico che lo accompagna, partecipa ancora a tante gare amatoriali nelle quali riesce a ben figurare. L’uomo solo al comando, con la maglia biancoceleste, per carità, appartiene alla memoria di Fausto Coppi e fa parte della “Bibbia” del ciclismo, ma quell’immagine di Benedetto Patellaro, splendido vincitore di quel tappone del Giro ai monrealesi mette ancora tanta emozione. ITALPRESS

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