Michele Pennisi: “Questa pandemia ci invita a ripensare la nostra fede”

Redazione

Cronaca - Al Duomo di Monreale

Michele Pennisi: “Questa pandemia ci invita a ripensare la nostra fede”
Il Vescovo di Monreale inaugura il nuovo anno pastorale. Quest'anno cerimonia particolare a causa delle restrizioni sanitarie

Michele Pennisi: “Questa pandemia ci invita a ripensare la nostra fede”

26 Settembre 2020 - 16:39

Riceviamo e pubblichiamo l’Omelia dell’arcivescovo di Monreale Michele Pennisi per l’nizio dell’Anno pastorale 2020-2021.

Carissimi Confratelli, fratelli e sorelle amati dal Signore, presenti in questa cattedrale o che ci seguite attraverso i social,

In questa nostra Chiesa cattedrale, mentre perdura la pandemia del Covid-19, che sta interessando anche diversi comuni della nostra Arcidiocesi coinvolgendo anche qualche presbitero e operatore pastorale, iniziamo con una presenza limitata, questo nuovo anno pastorale, nella consapevolezza che tutti siamo “sulla stessa barca” (Francesco, Veglia a Piazza S. Pietro, 27 marzo 2020) per scoprirci fratelli in Cristo all’interno di una comunità vocazionale e comunionale, per condividere in modo responsabile lo stesso impegno e la stessa meta.

In questi mesi imprevedibili e sconvolgenti abbiamo assistito oltre alle tante morti e sofferenze della nostra gente e alle devastanti conseguente della crisi economica anche alle restrizioni delle nostre libertà civili, alla sospensione di varie attività pastorali, abbiamo visto nostri tradizionali luoghi di culto e d’incontro poco frequentati. In questo periodo ci siamo riuniti in preghiera nei nostri santuari e nelle nostre chiese per invocare l’aiuto di Dio, l’intercessione della Madonna e dei nostri santi patroni.

Questa pandemia ci invita a dover ripensare la forma dell’esperienza della fede, il nostro stesso ministero e la vita delle nostre comunità e sfida la nostra responsabilità per affrontare con stile sinodale strade nuove, lungo le quali ridisegnare il volto della nostra presenza ecclesiale. La nostra unità più forte delle difficoltà come di ogni legittima differenza, trova la sua radice nella relazione con il Signore Crocifisso e Risorto e ci dà la chiave per interpretare e discernere i segni dei tempi negli gli avvenimenti della nostra storia personale e di quella delle nostre comunità, assecondando l’azione dello Spirito e accogliendo la realtà concreta senza inutili idealismi o utopie.

In questo periodo di chiusura la testimonianza cristiana si è manifestata attraverso l’azione di quanti si sono impegnati nelle opere di carità, mostrando così il volto di una Chiesa madre che si prende cura in modo concreto dei suoi figli più bisognosi. L’annuncio evangelico è stato trasmesso con creatività attraverso nuovi linguaggi e nuovi strumenti per trasmettere la fede che hanno interessato soprattutto le giovani generazioni, alle quali dobbiamo prestare maggiore attenzione.

Questa pandemia ha provocato una salutare “potatura” di tante attività pastorali e manifestazioni di pietà popolare tradizionali e un invito a ricominciare per una trasformazione missionaria della Chiesa e non soltanto a ripartire da ciò che si è sempre fatto. In quest’ottica, fare della Chiesa una comunità missionaria significa dare slancio alle relazioni personali, liberandole dalla tentazione dei numeri e delle strutture e facendo emergere il contributo di ciascuno.

Le incognite di questo tempo esigono che resistiamo alla tentazione di preparare a tavolino progetti pastorali troppo dettagliati. Siamo invitati a interrogarci insieme su che cosa è necessario e su ciò che è superfluo. Il primato dell’evangelizzazione ci spinge a riscoprire il primo annuncio generativo e rigenerativo della fede, che è “primo” perché “principale” (cfr. Francesco, Evangelii gaudium, n.164). Dobbiamo riscoprire l’ispirazione catecumenale della catechesi (cfr. Incontriamo Gesù, n. 52), che non si limita ad indicare i vari riti e la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana durante l’anno liturgico, ma apre la strada ad un accompagnamento dei processi di crescita e alla maturazione di una nuova identità dei credenti che annunciano e testimoniano la fede ricevuta.

È importante dare anche nuova linfa alla catechesi degli adolescenti, dei giovani e degli adulti. In questo periodo ci siamo resi conto di quanto sia delicata e fondamentale la missione evangelizzatrice delle famiglie. Più che riflettere su come coinvolgere le famiglie nella catechesi tradizionale abbiamo compreso di dover assumere la catechesi nelle famiglie e di sostenere i genitori nell’educazione cristiana dei propri figli. Per questo è importante valorizzare il “Laboratorio di studio in Pastorale familiare e ricerca di pratiche virtuose” proposto dall’Ufficio di pastorale familiare.

Per molti versi, la situazione attuale richiama quella della prima comunità cristiana. È una comunità che sperimenta la crisi, i pericoli e le situazioni nuove, per reagire alle quali si raccoglie in preghiera per invocare l’aiuto dello Spirito Santo che possa far imboccare vie nuove. Il brano degli Atti degli Apostoli, che racconta degli albori della Chiesa di Antiochia (At 11,19-26), fotografa uno di questi momenti. I credenti che attraversarono creativamente quella crisi si meriteranno di essere chiamati per la prima volta “cristiani”. Sulla scorta della riflessione elaborata dall’Ufficio Catechistico Nazionale rileggiamo il racconto degli Atti degli Apostoli che abbiamo ascoltato, per trovare spunti di discernimento pastorale , che possono essere utili per tradurre nel tempo presente alcuni tratti dell’identità della comunità cristiana.

L’episodio di Atti 11 inizia con l’evento drammatico della morte di Stefano, che provoca un risvolto paradossale: l’imprevista diffusione della Parola di Dio, che non si ferma alla Chiesa madre di Gerusalemme, ma si diffonde in territori nuovi. Il dolore genera un nuovo zelo missionario. I credenti si disperdono ma al contempo si diffondono: persi tra le genti, diventano veri annunciatori del Risorto. Anche oggi questo annuncio pasquale potrà tornare a risuonare in modo libero nelle forme e nei luoghi che la chiusura forzata ha creato: nel contesto familiare, nei social media, tra i giovani, nei piccoli gruppi organizzati per la preghiera spontanea e per la meditazione della Parola di Dio.

Nel racconto di Atti un ruolo essenziale è giocato dalla Chiesa madre di Gerusalemme (At 11,22): accortasi della grazia carismatica in azione, interviene con l’invio di Barnaba, «uomo buono/virtuoso, pieno di Spirito Santo e di fede» (At 11,24a). La sua virtù umana nonché la sua vita di fede lo rendono adatto ad intervenire, perché le sue scelte sono spirituali ed ecclesiali, e non determinate da preoccupazioni di mero controllo. Barnaba capisce che la grazia del Risorto è all’opera: allora ne gioisce e lavora per rendere questa situazione non occasionale ma salda e costante.
Abbiamo bisogno di pastori e di cristiani laici che, come Barnaba, sappiano svolgere lietamente e con larghezza di vedute il compito di “esortare”: cioè accompagnare, incoraggiare, stimolare, favorire e far crescere i semi di Vangelo già presenti nella vita delle persone, sollecitando e attivando la collaborazione e la corresponsabilità di altri.

Barnaba compie un altro gesto molto istruttivo e maturo: chiede aiuto. Così si reca a Tarso per prelevare Saulo (cfr. Gal 1,18-24; 2,1) e tornare con lui ad Antiochia. Non è una operazione di strategia ecclesiale: è il gesto di un credente adulto verso un fratello e collaboratore nella evangelizzazione. Barnaba e Saulo sono diversi eppure essenziali nella Chiesa: l’uno è il mediatore, l’adulto che confermala grazia, il facilitatore della comunione; l’altro è colui che era stato vinto dal Risorto, divenuto poi missionario del Vangelo e apostolo delle genti.

La stagione della ripartenza all’inizio dell’anno pastorale dovrebbe vedere sorgere dei “nuovi Saulo”: genitori, catechisti, formatori ed educatori che abbiano orizzonti grandi e il coraggio di percorrere nuove vie di evangelizzazione. Nel racconto di Atti 11 è lo Spirito Santo che anima Barnaba (At 11,24). Lo Spirito Santo è un operatore divino tanto nascosto quanto essenziale nella vita della Chiesa, sia carismatica che istituzionale. Il nuovo anno pastorale può essere il tempo in cui sviluppare il tema dell’opera dello Spirito nella vita dei cristiani. La vita nello Spirito ci deve indurre a trovare prassi evangeliche concrete, di discernimento comunitario, di fraternità e di solidarietà.

Nel brano del vangelo di Giovanni Gesù nel suo testamento spirituale prima della sua partenza lascia ai suoi discepoli il comandamento nuovo dell’amore fonte di pace e di gioia piena e promette lo Spirito Santo come colui che ci consola, ci difende e ci incoraggia. Gesù sale al Padre e lo Spirito Santo, che era suo compagno inseparabile, da Cristo scende su tutti i credenti: sarà proprio lui a insegnare ogni cosa, facendo ricordare tutte le parole di Gesù e, nel contempo, rinnovandole nell’oggi della chiesa. Non siamo orfani, non siamo stati lasciati soli da Gesù, e quel Dio che dovevamo scoprire fuori di noi, davanti a noi, ora dobbiamo scoprirlo in noi come presenza che ha messo in noi la sua tenda, la sua dimora.

Attraverso l’esperienza dello Spirito la nostra esperienza di Dio non è quello di un Dio lontano che provoca paura, ma di un Padre vicino all’uomo per la cui salvezza manda il suo Figlio che dona la sua vita e chiede di contraccambiare questo amore attraverso l’osservanza dei comandamenti. La conseguenza della osservanza del comandamento dell’amore è la gioia e la pace che Gesù dona ai suoi discepoli. La pace definitiva di Gesù, frutto dell’amore che abbatte i muri della divisione tra le razze e le culture, è diversa dalla fragile e parziale pace del mondo imposta con la forza brutale, con la sopraffazione o con la furbizia.

Lo Spirito Santo suscita nella Chiesa comunione ed accoglienza, la guida nelle sue decisioni più importanti e l’aiuta a rimanere unita. Il Consolatore che Cristo ha invocato sui suoi discepoli perché rimanga per sempre con loro è presente quest’oggi in mezzo a noi per consolarci e difenderci, per farci fare memoria dell’alleanza di amore che il Signore ha stretto con noi e per darci la forza di essere fedeli all’amore di Dio attraverso l’osservanza ai comandamenti. Lo Spirito santo cambia e rinnova la nostra vita, trasforma il nostro cuore di pietra indurito dall’egoismo in un cuore di carne capace di amare con lo stesso amore gratuito di Gesù e apre i nostri occhi al mondo nuovo che Dio ha preparato per noi.

Lo Spirito Santo suscita una fede operante attraverso la carità, genera una letizia capace di sopportare tutte le avversità, ispira fiducia ed infonde coraggio anche nei momenti di crisi. Noi oggi il dono dello Spirito, la comunione, l’unità nell’amore, la gioia contagiosa del Vangelo le invochiamo, per intercessione di Maria SS. madre della Chiesa e dei nostri santi patroni, sulla nostra comunità diocesana in tutte le sue componenti perché fedele al mandato ricevuto continui a camminare assieme sulle nuove vie indicate dallo Spirito santo.

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