L’Italia, la crisi e l’illusione di un lavoro in Germania

Enrico Miceli

Dall'Italia e dal Mondo

L’Italia, la crisi e l’illusione di un lavoro in Germania

L’Italia, la crisi e l’illusione di un lavoro in Germania
07 Maggio 2017 - 14:41

È un sabato sera come tanti. Mi trovo in giro a Monaco per trovare qualche spunto per il mio nuovo progetto fotografico. Nonostante sia fine Marzo, ancora si respira aria invernale. L’aria è fredda, ma secca. Si sta bene, a patto di avere una buona giacca a vento e scarpe pesanti. Mi trovo di passaggio nella zona ZOB, che altro non è che la stazione delle corriere, che partono per ogni direzione europea, compresa la tratta siciliana.

Dentro la stazione, nella sala di attesa per le partenze verso l’Italia, ci sono persone con occhi stanchi, con pochi bagagli appresso, tutti comunque di una certa età, e i giovani si contano sulle dita di una mano. Mi siedo, e mentre sorseggio il mio caffè tedesco (una specie di brodaglia al sapore vago di caffè, ma ugualmente molto piacevole con le temperature esterne), cerco di prendere confidenza con qualcuno, per capire chi va via per andare a trovare la famiglia o chi per altro motivo.

E fu così che cominciai così a chiacchierare con un signore di nome Gino, pugliese. È facile attaccare bottone con un bavarese, normalmente sono molto propensi a parlare con sconosciuti. Ma noi italiani siamo proprio dei maestri a mettere giù una conversazione in pochi attimi! Infatti Gino in soli 10 minuti, mi racconta di lui, della sua famiglia, dei suoi due figli di 19 e 21 anni, che vanno a scuola; “Studiano Medicina” mi disse vistosamente orgoglioso dei suoi figli, che gli stanno dando veramente tante soddisfazioni all’Università, facendomi vedere una loro fotografia. Dopo questi preamboli, il suo viso si fece leggermente più triste, e mi cominciò a raccontare a grandi linee del suo problema di lavoro. Infatti Gino, in Puglia, aveva una piccola impresa edile, niente di grande. Lui, suo fratello e il cognato. Non faceva i miliardi, ma riusciva a dare una vita dignitosa alla sua famiglia e a fare studiare i suoi figli. Erano specializzati nella ristrutturazione dei Trulli, e quindi collaboravano sovente con l’Assessorato dei Beni Culturali. Giá. Erano. Finché la crisi non li ha messi in ginocchio.

Non la mancanza di lavoro, ma le solite storie a cui siamo abituati e ormai assuefatti dalle notizie: clienti (e Istituzioni) che non pagano, contributi che non si riescono più a versare, banche che chiudono i rubinetti, fornitori che non si riescono più ad onorare, Equitalia che mette le tende sotto casa, ecc. E proprio mentre le speranze per quest’uomo di 57 anni si stavano per spegnere, ecco che arriva l’offerta di un “amico”, compaesano, emigrato più di 30 anni fa in una cittadina a nord di Monaco di Baviera. Gli venne offerto di andare a lavorare per la sua ditta edile, con un buon stipendio, una piccola stanza dove soggiornare e 2 settimane libere ogni 3 mesi per potere tornare dalla sua famiglia in Puglia.

Considerato che a Gino mancano pochi anni per potere andare in pensione, ci pensa, ne parla in famiglia e prende la decisione. Così cominciò a lavorare per questo “amico”. Non a caso ho scritto “amico” tra virgolette. Già. Perché gli Amici, quelli veri, sono rari, se non unici, mentre questo “amico” a Gino non disse due cose importanti. La prima, che lo stipendio che gli propose era sí alto, ma non gli disse che lo intendeva lordo. Infatti in Germania, a differenza dell’Italia, normalmente si comunica all’aspirante lavoratore lo stipendio lordo e non al netto delle tasse. Perché? Perché le tasse dipendono dallo stato di famiglia, dai familiari che vivono in Germania, da quanti figli si hanno e così via.

Per esempio, se ti comunicano un lordo di 3000 euro al mese, al netto delle tasse uno che vive da solo pagherà molte più tasse rispetto a chi è sposato con figli a carico, e le differenze sul netto sono notevoli. Quindi Gino, alla prima busta paga, trovò un’amara sorpresa nella cifra netta, avendo moglie e figli in Italia. La seconda cosa che l’amico non gli disse, è che circa due anni fa sono notevolmente cambiate le leggi riguardo a chi si trasferisce in Germania. A differenza di prima, ora per avere la residenza registrata, ci vuole o l’autorizzazione scritta del padrone di casa di chi ospita, o il contratto fatto con una pensione. La prima molto difficile da ottenere per ovvie ragioni, la seconda per via dei costi di una camera in Pensione. Quindi non è più possibile ospitare qualcuno e fargli prendere la residenza per farlo lavorare in regola.

Quindi chiesi a Gino, “Ma non ti aveva promesso una stanza”? Certo, e poteva farlo dato che era di proprietà della ditta, ma avrebbe dedotto il costo “modico” di 800 euro al mese dal suo stipendio. Proprio un “amico”. Così Gino ora si trova costretto a tornare a casa, avendo guadagnato un pugno di mosche in questi due mesi lavorati al ritmo di 12 ore al giorno (oltretutto vietato in Germania). Dopo qualche altra parola che ci siamo scambiati, lo abbracciai augurando ogni bene a quella bella persona, che comunque non era in grado di provare rancore per niente e nessuno. “Sono stato sfortunato, che vuoi”, ripeteva ogni tanto. Così mi congedai, e ripresi la mia passeggiata serale in cerca di una risposta a tutto questo.

Perché ho voluto scrivere questa storia? Perché la Germania, come ho già scritto, non è il Paradiso del lavoro. Ci sono regole rigide, e bisogna diffidare da chi la fa facile o da chi fa offerte troppo belle per essere vere. Se non si conosce la lingua tedesca di base, non si ha una specializzazione comprovata, non si ha in anticipo un posto dove potere soggiornare in tutta legalità (sono essenziali tutti e tre i requisiti), allora si tratta di una proposta si sfruttamento. Vi troverete incatenati ad un ristorante italiano, o qualche altra ditta di connazionali italiani che tutto avranno a cuore, tranne quello di aiutarvi a ricostruirvi una vita. Vi troverete incatenati per minimo 12 ore al giorno, per una paga misera, che con molte meno ore si può racimolare anche nel più lontano paese arroccato tra le montagne siciliane.

Purtroppo Gino non è il primo e nemmeno l’ultimo di questo traffico di lavoratori a buon mercato, ne vedo tantissimi e spesso. Io mi ripeto sempre questa frase in mente, per evitare truffe di questo e altro genere: se una cosa è troppo bella per essere vera, bè allora non è vera!

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2 commenti a “L’Italia, la crisi e l’illusione di un lavoro in Germania”

  1. Roberto ha detto:

    mai fidarsi degli italiani che vivono all’estero, le chance che ti fregano sono altissime. Sano che sei disperato, sano che non conosci la lingua ne le leggi quindi ti sfrutterano senza pietà.

  2. Expat ha detto:

    1) Io in italia ho sempre contrattato con lo stipendio lordo. Che poi, a volte ci si parla cpon amici sul netto e’ ben diverso, ma se ne parla leggermente in piu.
    2) Il divario fra le tasse in Italia e la germania son overamente base, 2% in piu qua, quindi non e’ da stupirsi.
    3) Sia 1) che 2), ma il povero Gino qualche domanda in piu se la poteva fare, anche perche’ presumo che lui le tasse le pagava persino in Italia, e a conoscenza, sa che si pagano anche all’estero
    4) Sempre che ho cambiato residenza in Italia per questione lavorative ho sempre dovuto presentare il contratto d’affitto!
    5) Io lavoro in Germania da ANNI e uso solo l ‘inglese. Quindi per niente che ci vuole il tedesco. Questo il mio caso e di tanti expats che frequento. A vedere e leggere su citta’ come Berlino e Monaco, e’ facile transitare settimane senza dire una parola in tedesco.

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