La vera storia del Duomo, l’arrivo dell’organizzazione mondiale che indispettì i monrealesi

Sergio Calderaro

Dal paese di Frodo

La vera storia del Duomo, l’arrivo dell’organizzazione mondiale che indispettì i monrealesi
La seconda ed ultima parte del racconto di Sergio Calderaro sulla nascita della Cattedrale monrealese

19 Settembre 2014 - 15:00

Beh, diciamo la verità. Eravamo tutti curiosi di sapere come sarebbe finita la storia del Duomo “rivisitata” dal nostro amico lettore e scrittore Sergio Calderaro. Ieri boom di click per la prima parte del racconto sulla “Chiesta troppo grande piovuta dal cielo”. Oggi scopriremo, in questa chiave di lettura che Sergio ha dato al suo scritto, inserendo, però, tanta verità, come andrà a finire. Buona lettura!

“Ora bisogna sapere che l’arrivo del monumento non era passato inosservato agli occhi della stampa internazionale, che anzi era accorsa con grande spiegamento di mezzi a documentare l’incredibile vicenda e l’immensa bellezza del monumento. Occhi stupiti da tutto il mondo rimiravano le magnifiche opere che erano racchiuse all’interno e continuavano a richiedere a gran voce che simile meraviglia fosse protetta e condivisa dal mondo intero. In particolare un’organizzazione mondiale che si occupava proprio di classificare e proteggere patrimoni importanti sparsi in tutti gli angoli del mondo, chiese alle autorità del posto di rendere il monumento fruibile, secondo delle linee guida universalmente adottate da tutti i siti di interesse mondiale già riconosciuti o che erano in attesa di riconoscimento. Diede pertanto dei consigli di assoluto buonsenso descrivendo quali requisiti minimi il paese avrebbe dovuto rispettare per poter aspirare ad essere iscritto nella famosa lista dei beni mondiali dell’umanità. E qui si combinò il patto che avrebbe avuto conseguenze tanto inaspettate quanto drammatiche. L’organismo mondiale recapitò una lettera all’ amministrazione pro tempore della cittadina, dandole un congruo termine di tempo per poter apportare dei piccoli (secondo il metro dell’organizzazione), miglioramenti ad alcune situazioni ambientali, gestionali e di manutenzione sia del sito che delle zone intorno e le chiamò, come era solita fare “Linee Guida per il modello di gestione”.

Ora questa parola “Guida” fu quella che fece scattare una cascata di meccanismi di netto rifiuto di qualunque prescrizione in quanto in quello sventuratissimo paese la parola “guida” urtava sensibilità politiche ed amministrative insospettabili. “Perché Guida? Che fa, forse non sappiamo gestire benissimo le nostre cose anche senza nessuna indicazione? E poi Guida di chi?” Disse qualcuno che si attirò istantaneamente il consenso di quasi tutti. La dicitura “Linee guida” era sicuramente accostabile a “consiglio” o “progetto” o “previsione”, tutte parole ufficialmente bandite (con regolare consenso unanime) dal vocabolario della gestione pubblica della cittadina che andava avanti lo stesso da anni senza preoccuparsi  di inezie programmatiche di nessun genere. Insomma questa storia delle linee guida avvolse in acceso dibattito buona parte della popolazione, indispettendola dapprima e rendendola alla fine del tutto ostile a qualunque cosa potesse avvicinare il meraviglioso monumento ad altri, sparsi in tutto il pianeta, patrimoni dell’ umanità, anche perché quella cosa che era caduta dal cielo, era caduta sulla spianata che era territorio del paese e l’umanità non c’entrava per nulla. Poi, anche ammesso che “sto coso”  diventava patrimonio dell’umanità, ma a che serviva? Per attirare turisti? E perché sarebbero dovuti venire a Monreale per vederlo? E come ci arrivavano? E se poi venivano gli stranieri, magari a frotte, sarebbero venuti sicuramente a disturbare il lento, ma piacevole trascorrere del tempo della cittadina. Avrebbero dovuto salire da Palermo su pullman invadenti, poi magari avrebbero chiesto da mangiare, forse da dormire, poi da bere, poi magari fare i bisogni, e chi ci pensava a soddisfare tutti questi estranei sconosciuti, rumorosi, incomprensibili, carichi di bisogni?

Il malcontento, insomma si era impadronito di quasi tutti. Resistevano, ma in pochi, quelli che consideravano quello un bene prezioso, un meraviglioso evento che aveva portato un magnifico regalo e una magica opportunità che richiedeva anche dei sacrifici, ma che, saputo utilizzare convenientemente, poteva rappresentare un vantaggio, anche economico, e non un peso. Ma il senso comune, come si sa, è cosa diversa dal buon senso e pertanto l’ostilità nei confronti di quella meraviglia saliva vertiginosamente, pericolosamente autoalimentandosi, divenendo avversione, rifiuto addirittura odio. Fu solo a quel punto che qualcuno decise di liberare il paese da quella ingombrantissima presenza nella solita, brutale maniera, spesso utilizzata: gli diede fuoco. Di notte, in silenzio, bruciò abbastanza rapidamente perchè chi era stato incaricato di “fare il lavoro” era uomo di esperienza e precisione. Al mattino si capì che la battaglia contro il fuoco era stata persa, come il monumento. Bello il commento di uno che passava di là “Meno male si sono liberati dei posti macchina, finalmente si può posteggiare”. Alcuni giorni dopo tornarono a pascolare anche le pecore. Ma le cose, come capita a volte, presero un’altra piega.

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