Ad Altofonte la politica ha scelto la via più rumorosa, ma non necessariamente la più utile. La sfiducia nei confronti del sindaco Angela De Luca, votata dal gruppo Cambiamo Altofonte e da Forza Italia, arriva a poco più di anno dalla naturale scadenza del mandato. Un atto formalmente legittimo, certo. Ma politicamente miope. Sia chiaro: non si tratta di giustificare il sindaco. Durante il suo mandato Angela De Luca ha commesso anche degli errori, come accade in ogni esperienza amministrativa. Le critiche, quando fondate, sono parte integrante del confronto democratico. Ma una cosa è il giudizio politico su scelte discutibili, altra cosa è interrompere anticipatamente un mandato ormai prossimo alla sua conclusione naturale.
La democrazia non è soltanto il rispetto delle procedure: è, prima di tutto, il rispetto del voto. E ad Altofonte quel voto aveva consegnato ai cittadini una guida amministrativa chiara, con un mandato preciso e una durata definita. Interrompere quell’esperienza a pochi mesi dalla sua conclusione significa, di fatto, comprimere la scelta compiuta dagli elettori. Non si tratta di difendere una persona o una parte politica. Si tratta di difendere un principio. Il mandato popolare è il cuore della democrazia rappresentativa: può essere messo in discussione, certo, ma con responsabilità e con una motivazione che vada oltre il calcolo elettorale o le convenienze del momento. Quando la sfiducia diventa uno strumento tattico e non una risposta a una crisi irreversibile, il rischio è quello di trasformare il Consiglio comunale in un’arena, lontana dai problemi reali della comunità.
In questo senso, non può passare inosservato il fatto che anche vertici regionali di Forza Italia, abbiano tentato di dissuadere i fautori della sfiducia. Un segnale politico chiaro: la consapevolezza che forzare la mano, a un passo dalla scadenza naturale, avrebbe potuto apparire come un gesto sproporzionato e difficilmente comprensibile agli occhi dei cittadini. La storia politica italiana insegna che chi promuove sfiducie o crisi anticipate raramente viene premiato alle urne. L’elettore distingue tra il conflitto fisiologico – che fa parte della dialettica democratica – e l’ostruzionismo fine a se stesso. Quando prevale la percezione che si sia anteposto l’interesse di parte a quello collettivo, il giudizio popolare arriva puntuale.
Ad Altofonte, oggi, il vero tema non è chi governerà nei prossimi mesi. Il vero tema è il rapporto tra istituzioni e cittadini. Ogni volta che si interrompe un mandato senza un’emergenza conclamata, si manda un messaggio pericoloso: che il voto possa essere aggirato, che la volontà popolare sia un dettaglio, che la stabilità sia secondaria rispetto agli equilibri di palazzo. La democrazia è fatta di alternanza, ma anche di rispetto dei tempi. Se un’amministrazione non convince, saranno gli elettori a dirlo con chiarezza, al momento opportuno. È questo il luogo naturale della verifica politica: le urne. Tutto il resto rischia di apparire come un esercizio di potere che non rafforza le istituzioni, ma le indebolisce. E allora la domanda che resta sospesa è semplice: era davvero necessario? A poco più di un anno dal voto, la risposta sembra essere più politica che amministrativa. E, forse, poco lungimirante.




