Nel cuore della più importante fiera del vino italiana, al Vinitaly di Verona, tra buyer e degustazioni, si gioca anche una partita più sottile, quella dell’identità. Ed è proprio da qui che parte il nuovo corso della Monreale Doc, guidata da Costanza Chirivino, incontrata nel contesto internazionale della manifestazione. Il punto di partenza è chiaro, e non è uno slogan: territorio. “Parliamo di una delle prime aree dell’entroterra siciliano in cui si è sviluppata la viticoltura”, spiega la Chirivino, richiamando il legame storico con l’arcivescovado di Monreale. Un’identità che non è solo memoria, ma anche condizioni naturali precise, colline, escursioni termiche marcate e una ventilazione costante che attraversa la vallata. Elementi che, tradotti in bottiglia, diventano struttura, freschezza e riconoscibilità. Ma il vero snodo è un altro. Prima della comunicazione, prima del mercato, viene la qualità.
“Non può esistere posizionamento senza qualità interna”, è la linea netta della nuova presidente. Negli ultimi anni il lavoro si è concentrato proprio qui, con una ridefinizione del disciplinare che oggi ruota attorno a tre pilastri, Monreale Bianco, Monreale Rosso e Monreale Rosso Syrah. Tre tipologie su cui costruire un messaggio più chiaro, meno dispersivo, più leggibile anche per il consumatore. È una presa di posizione importante, perché implica una scelta: meno genericità, più identità. E forse, se necessario, anche meno inclusività. Il nodo della narrazione, del resto, è uno dei più delicati. La Sicilia del vino paga ancora, in parte, un racconto troppo ampio, quasi indistinto. Monreale, invece, ha un vantaggio competitivo evidente: il nome.
Un nome che richiama immediatamente la città, il suo patrimonio artistico e culturale, riconosciuto a livello mondiale. Un marchio naturale, già forte, su cui costruire una comunicazione più incisiva. A questo si aggiunge un altro elemento strategico, la posizione geografica. Il territorio della Doc è, di fatto, il “biglietto da visita” di Palermo. Un punto di passaggio, prima ancora che una destinazione, su cui innestare un lavoro sinergico con il turismo. In questo scenario, il ruolo delle fiere cambia. Il Vinitaly resta un luogo commerciale, ma per un consorzio come quello di Monreale può diventare soprattutto uno spazio di visibilità, un’occasione per raccontarsi, per definire chi si vuole essere. Non tanto vendere subito, quanto posizionarsi meglio.
E qui entra in gioco il territorio, nel senso più ampio. Il dialogo con la Strada del Vino e dei Sapori del Monrealese diventa fondamentale, non solo come collaborazione formale, ma come progetto condiviso. L’obiettivo è chiaro, riattivare il tessuto delle cantine, riportare persone nei luoghi, costruire esperienze. Un passaggio che si inserisce in una visione di continuità. Chirivino ha infatti sottolineato come il proprio incarico si ponga nel solco del lavoro svolto da Mario Di Lorenzo, con l’obiettivo di consolidare quanto già avviato e rafforzarlo con una nuova fase operativa.
C’è poi un tema concreto, meno affascinante ma decisivo, la viabilità. Uno dei limiti storici della Sicilia. Su questo fronte, Chirivino non nasconde le criticità, soprattutto per la rete interna, ma segnala anche un cambio di passo nei rapporti con le amministrazioni locali, sempre più consapevoli del ruolo strategico del vino nello sviluppo economico e turistico. La sensazione, raccolta tra i padiglioni di Verona, è che la Monreale Doc stia provando a fare quello che spesso è più difficile: scegliere cosa essere, prima ancora di come raccontarsi. Ed è da qui che passa il futuro di una denominazione che ha sempre avuto molto da dire, ma che oggi sembra finalmente pronta a dirlo con più chiarezza.




