Dare forma al disordine: il gioco come architettura simbolica dell’ordine umano

Redazione

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Dare forma al disordine: il gioco come architettura simbolica dell’ordine umano
Ogni cultura, a suo modo, costruisce dispositivi simbolici per dare forma al mondo, per renderlo narrabile

07 Gennaio 2026 - 16:14

In ogni società umana esiste un impulso profondo e ricorrente: prendere ciò che è informe, mutevole, imprevedibile, e trasformarlo in qualcosa di chiaro e leggibile. È un gesto antico quanto l’uomo, una necessità potremmo dire, che si manifesta nei miti cosmogonici, nelle genealogie, nei sistemi di parentela, nelle tassonomie religiose, nei calendari agricoli.

Ogni cultura, a suo modo, costruisce dispositivi simbolici per dare forma al mondo, per renderlo narrabile, per stabilire un ordine che non è mai puramente pratico, ma sempre anche rituale. È in questa lunga storia di tentativi di organizzare il reale che il gioco trova una collocazione sorprendente: non come attività marginale, ma come spazio in cui l’essere umano può mettere in scena, in forma ridotta, le stesse operazioni cognitive e simboliche che compie nella vita collettiva.

Quando un giocatore dispone carte, tessere o pedine secondo regole condivise, non sta semplicemente seguendo un regolamento: sta partecipando a un piccolo rito di ordinamento. Il tavolo diventa un microcosmo in cui frammenti dispersi vengono trasformati in configurazioni dotate di coerenza. È in questo spazio simbolico che giochi molto diversi tra loro rivelano una parentela profonda: il mahjong che richiama i cicli naturali, il go che mette in scena l’equilibrio tra espansione e contenimento, oppure la Scala 40 che costruisce significato attraverso combinazioni sempre provvisorie.

Ognuno di questi universi ludici, pur nella loro distanza culturale, illumina lo stesso tratto umano: la tendenza a cercare pattern, a costruire sequenze, a dare forma al caos attraverso regole condivise. Non perché rappresentino direttamente una società, ma perché rendono visibile un modo di pensare che attraversa epoche e culture.

Il mahjong, con i suoi simboli legati ai cicli naturali, ripropone una visione del mondo in cui l’ordine emerge dall’armonia tra elementi. Il go mette in scena una concezione spaziale del potere e dell’equilibrio, in cui ogni mossa è un atto di costruzione territoriale. I giochi di carte basati su combinazioni mostrano invece un ordine più instabile, continuamente rinegoziato, in cui la struttura non è mai definitiva ma sempre provvisoria. In tutti questi casi, ciò che accade sul tavolo va oltre il concetto di passatempo: è una forma di pensiero resa visibile, un modo di esplorare come l’ordine possa emergere da elementi mobili, soggetti al caso, e tuttavia capaci di generare significato. Il gioco, in questa prospettiva, non è un’evasione dal mondo, ma una sua miniaturizzazione. Ogni partita diventa un laboratorio in cui si sperimentano forme di equilibrio, si testano configurazioni, si esplorano possibilità. È un gesto antico, quasi rituale, che continua a ripetersi perché risponde a un bisogno profondo: costruire significati condivisi, anche solo per la durata di una mano, e riconoscere in quella fragile architettura un riflesso dell’ordine che cerchiamo nel mondo. Foto di Beth Macdonald su Unsplash

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