Mafia, pentito condannato a 20 anni per l’omicidio di Aquino del 2006

Redazione

Aquino - La sentenza

Mafia, pentito condannato a 20 anni per l’omicidio di Aquino del 2006
Il collaboratore di giustizia Salvatore Sollima è stato condannato a venti anni di carcere dal Gup del Tribunale di Palermo per un omicidio del 2006 e per i reati di associazione mafiosa ed estorsione

Mafia, pentito condannato a 20 anni per l’omicidio di Aquino del 2006

04 Luglio 2019 - 11:35

Il collaboratore di giustizia Salvatore Sollima è stato condannato a venti anni di carcere dal Gup del Tribunale di Palermo Maria Cristina Sala, per un omicidio del 2006 e per i reati di associazione mafiosa ed estorsione plurima e aggravata. Con lui sono stati condannati a un anno di carcere ciascuno tre commercianti che avevano negato di avere pagato il pizzo: si tratta di Carmelo e Pietro Ribaudo, padre e figlio, e di Francesco Scalzo.

La sentenza è stata emessa col rito abbreviato e nei confronti di Sollima viene considerata particolarmente severa, visto che l’abbreviato prevede uno sconto di pena di un terzo e che nei giorni scorsi un altro pentito, Antonino Pipitone, aveva avuto, con le speciali attenuanti per la collaborazione, 14 anni per 4 omicidi.

Sollima, come racconta l’Agi, abita a Villabate e parla con i magistrati della Dda dal marzo 2015, aveva spontaneamente confessato l’esecuzione costata la vita, il 28 giugno di tredici anni fa, al trentunenne Girolamo Bruno, sposato e padre di una bambina allora molto piccola. Bruno sarebbe stato ucciso nella sua villetta di Aquino, nei pressi di Monreale, perché coinvolto in un traffico di droga tra la Campania e la Sicilia: a dare il mandato di morte sarebbe stato Rosario Profeta, ma alle dichiarazioni del collaborante contro il mafioso di Santa Maria di Gesù non sono stati trovati riscontri sufficienti nemmeno per portarlo a giudizio. Nel processo i tre commercianti erano imputati perchè si erano rifiutati di ammettere di avere pagato le estorsioni. Dopo che Sollima aveva confessato, i Ribaudo e Scalzo avevano riconosciuto di essere stati sottoposti a vessazioni solo dal pentito e non dagli altri che avrebbero agito con lui.

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