La vera favola del topo di paese e delle esche avvelenate che non lo uccidono

Sergio Calderaro

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La vera favola del topo di paese e delle esche avvelenate che non lo uccidono

La vera favola del topo di paese e delle esche avvelenate che non lo uccidono
28 Settembre 2018 - 11:52

Torna con una simpatica nuova storia il nostro Sergio Calderaro. Questa volta ci racconta di un topino che combatte contro il derattizzatore. Dopo aver letto questa curiosa storia vi invitiamo a rileggere l’articolo, questa volta scientifico, della biologa Manuela Cassotta a questo link.

Luogo: interno tana. Personaggi: mamma topa, topino figlio.

Topino: “Mamma, mamma sono di nuovo qua!”
Topa: “Tranquillo figlio mio possono venire cento volte e centouno volte noi non ci caschiamo. Gli involtini pericolosi manco ci passano per la capa con tutto quello di buono che c’è da mangiare, specialmente in questo periodo e nel nostro splendido cassonetto”.

Topino: “Mamma ma perché ce l’ hanno con noi?”
Topa: “E’ storia vecchia, figliolo, ogni tanto gli viene in testa che siamo troppi e allora li vedi rispuntare tanto puzzolenti che si sentono lontani un miglio vestiti di tute e maschere perchè non si fidano neanche loro di quello che buttano in giro”.

Topino, insistendo: “Mamma me la racconti la storia di gaetano u palermitano e di gennaro u mannaro?”
Topa, con tono paziente: “C’era una volta un derattizzatore accanito che nella sua vita aveva un unico scopo: ammazzare più topi che poteva nel più breve tempo possibile. Tu sai che noi come specie siamo pressocchè invincibili eppure nella sua testa pensava che per quanto fossimo intelligenti pure non saremmo stati in grado di resistere alla sua umana testardaggine. Era bravo, sicuramente, le studiava tutte. Conosceva o credeva di conoscere ogni nostro piccolo comportamento, vezzo, voglia, caratteristica, capacità e considerando ogni topina debolezza un suo punto di forza, metteva in pratica strategie sempre nuove e sempre più sofisticate.

Una volta però si trovò a combattere contro una colonia di nostri parenti palermitani ( che come sapete sono incredibilmente numerosi ) e, dopo vari tentativi, andati un qualche caso a buon fine,diciamo anche con un po’ di fortuna, il numero dei nostri parenti non scendeva in maniera significativa. Sciorinò tutto l’ armamentario di cui disponeva : appostamenti, tentativi, conte di individui persi, controllo delle feci, poi, avendo capito che le consuete strategie e le vecchie formulazioni di principi attivi assassini non funzionavano più perché i topi avevano cominciato a riconoscerle e quindi ad evitarle, tentò con una formulazione che non era mai stata usata a Palermo.

Cominciò con la solita cura e precisione a disseminare piccoli e gustosi pezzetti della nuova esca avvelenata nelle zone più frequentate, negli interstizi più nascosti, nei più reconditi e probabili meandri del paese. Aspettò un certo tempo e poi passò a controllare che le esche avessero fatto il loro lavoro, sicuro stavolta del suo successo. In realtà tutte le esche erano intatte: non una sola era stata toccata! Eppure quell’ esca aveva funzionato con relativo successo in un’ altra città e lì, gli avevano assicurato, aveva avuto grande efficacia. Il poverino non si capacitava; era già successo altre volte di usare nuove esche provenienti da altre città e in qualche caso avevano pure funzionato. Ma stavolta il flop era stato totale”.

Il piccolo topino pendeva dalle labbra della mamma topa, pur avendo sentito quel racconto decine di volte: “E perché era successo? Mamma”.
Perché non conosceva tuo zio Gennaru ‘U mannaru, soprannominato così per la sua scaltrezza, capacità e il lungo pelo. Tuo zio vive, diciamo così, tra Napoli e Palermo facendo la spola e utilizzando come mezzo di trasporto preferito il Postale che collega giornalmente le due città. Tu l’ hai conosciuto nel periodo delle feste quando nei cassonetti si trova di tutto e noi facciamo i cenoni coi nostri parenti e amici con tutto quello che possiamo trovare. Così, ti stavo dicendo, Gennaro spiegò all’altro tuo zio Gaetano, detto ‘U Palermitanu, di tenersi alla larga da quelle esche avvelenate che erano già state usate a Napoli. Non che lì avessero avuto grande successo, però qualche giovane topo ghiotto e poco avveduto purtroppo c’era cascato. Gaetano, poi ci illustrò la cosa così come l’ aveva saputa da Gennaru. Ecco perché le nuove esche che erano state usate già a Napoli non hanno funzionato né a Palermo né a Monreale.

Il piccolo topino si addormentò sognando storie di cassonetti ricolmi di ogni ben di dio e fantastiche comunità di topi banchettanti che sarebbero sempre esistite fino a quando topi eroi e scafati come Gennaru ‘U Mannaru e Gaetano ‘U palermitano avrebbero vegliato sulle comunità condividendo amicizia e conoscenze. Il disinfestatore che mi ha raccontato quella che sembra una favola ma che è realmente accaduto, dopo l’ennesimo insuccesso fu preda di una sorta di crisi di coscienza e col supporto di uno stimato psicologo, pensò, forte della sua pluriennale esperienza, di occuparsi nelle aree protette dell’ isola di proteggere la flora e la fauna specializzandosi nella cura dei piccoli mammiferi.

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