Diffida al Ministero: “Smantellare subito le trivelle non attive”

Redazione

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Diffida al Ministero: “Smantellare subito le trivelle non attive”
La nota di Wwf, Greenpeace e Legambiente: "Perché tenere ancora in mare le strutture che ormai non risultano più operative?"

14 Maggio 2016 - 12:10

Le associazioni ambientaliste non si arrendono. Dopo il fallito referendum sulle trivelle, hanno deciso di diffidare il ministero dello Sviluppo economico (Mise). La richiesta è di smantellare le piattaforme offshore non più attive. E’ avanzato infatti il sospetto che più di un impianto tra quelli entro le 12 miglia, oggi vietati dalle nuove norme e che la Legge di Stabilità ha invece prorogato a vita, non produrrebbero più. La domanda posta da Wwf, Legambiente e Greenpeace è: “Perché continuare a tenerle in mare? Ma, soprattutto, perché non pretendere che chi ha sfruttato i giacimenti oggi esauriti non sia chiamato a sostenere i costi della bonifica e del ripristino dei luoghi?”

Le tre associazioni sono in attesa di formalizzare un reclamo alla Commissione europea da cui si attendono che dichiari incompatibile la “sanatoria” inserita dal governo nella Legge di Stabilità con le norme nazionali e comunitarie. Nel frattempo sono partite le diffide, poste all’attenzione anche della procura generale della Corte dei Conti. Il 10 maggio, hanno scritto anche al direttore generale delle risorse minerarie e energetiche del Mise, Franco Terlizzese, al direttore generale per il Trasporto Marittimo e le Acque Interne del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maria Enrico Puija, e alle Capitanerie di Porto competenti (Venezia, Ravenna, Rimini, Pesaro, San Benedetto del Tronto, Ortona Napoli e Crotone). La richiesta è che vengano rigettate dieci istanze di proroga delle concessioni presentate prima della modifica della Legge di Stabilità 2016.

Gli impianti elencati dalle associazioni riguardano una licenza della società Adriatica e nove richieste di proroga riconducibili ad Eni e la questione delle piattaforme non produttive come le concessioni situate entro la fascia di interdizione delle 12 miglia nel Golfo di Venezia. Le tre associazioni chiedono, che siano ritirate dal momento che non sono “mai diventate attive” e attualmente “prive di piattaforme”, e di mettere a punto una mappa in modo che vengano individuati e indicati uno per uno gli impianti attivi e quelli esauriti. Costringendo le società a pagare per lo smantellamento delle piattaforme non più attive.

“Le sottoscritte associazioni – si legge nella diffida – sono interessate, in particolare, allo smantellamento e ai conseguenti interventi di bonifica e ripristino dei luoghi anche alla luce del fatto che, secondo loro elaborazioni su dati Unmig (Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse del Mise, ndr) aggiornati alla data odierna, 42 delle 88 piattaforme o strutture emerse localizzate nella fascia offlimits delle 12 miglia (il 47,7% del totale) sono state costruite prima del 1986 e quindi non sono stata mai sottoposte a Valutazione di Impatto Ambientale. Si aggiunga che il mantenimento delle concessioni per tali strutture emerse, se non più produttive e non rimosse, impedisce l’accesso per altri usi ad aree demaniali marine localizzate nelle acque territoriali italiane e che le piattaforme offshore, facenti capo a dette concessioni, costituiscono un ostacolo e un rischio per la sicurezza e per la navigazione”.

Fonte Il Fatto Quotidiano.it

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