Macchè piramide d’Egitto…

Raimondo Burgio

Matita di Legno

Macchè piramide d’Egitto…
Qualcosa al progettista di quella monrealese deve essere andato storto...

Macchè piramide d’Egitto…

12 Aprile 2015 - 13:01

Nasce oggi nel nostro giornale una nuova rubrica. Sarà un blog curato da Raimondo Burgio. Un architetto monrealese che ha una grande passione per la nostra città. Raimondo è uno che va dritto al sodo. Nonostante la sua non sia una penna, ma una matita di legno, come l’ha definita e come noi abbiamo scelto di intitolare questa rubrica, Raimondo non le manda certo a dire. È uno che osserva, meticolosamente, com’è nello stile del nostro Giornale. E fin da subito abbiamo percepito un’intesa fuori dal comune. Lui è nato nel 1968. Studi classici alle spalle, una laurea in architettura ed una miriade di collaborazioni da far rabbrividire che vi risparmiamo. La sua passione è la pittura e il disegno e, fortunatamente per lui, comincia a cercare da tempo una sua identità “d’approccio filosofico” che lo avvicini in modo completo all’arte. Il logo della rubrica è una sua idea ed una sua produzione. Professionalmente ha collaborato con il Laboratorio per l’Architettura Storica di Palermo, ha partecipato alle fasi di lavoro per alcuni cantieri di restauro monumentale tra cui annoveriamo quello del Duomo di Enna, dei Templi di Agrigento, del Duomo di Monreale, del transetto Meridionale del Duomo di Palermo, il tetto del Salone delle feste nel Castello di Carini, e in altre emergenze storiche siciliane di altrettanto prestigio. Insomma, mica bazzecole.

Oggi parte la prima puntata di un appuntamento che, speriamo, ma in fondo ne siamo certi, possa diventare un appuntamento fisso dei nostri lettori. Raimondo ci metterà l’argomento, Vincenzo Ganci le splendide immagini. I commenti li farete voi.

Parliamo di piramide. Quella d’Egitto? Macchè… Ce l’abbiamo a due passi. Buona lettura

La piramide come forma geometrica fondamentale, come archetipo storico appartiene all’arte di tutti i popoli e di tutte le epoche.

L’elemento principale di questo monumento è la massa: con le sue lisce ed immense pareti suscita senso di imponenza e di grandiosità. Considerandola duratura in eterno, l’uomo che la costruiva poteva illudersi di aver conquistato l’eternità. Qui a Monreale qualcuno ha avuto purtroppo il sacrilego pensiero di appellare con il nome di piramide una insignificante vetrata collocata in una nobile piazza.

La piramide nel suo stesso essere enfatizzava la dimensione infinita dello spazio ergendosi come un tempio nella sua purezza della forma geometrica di base. In sintesi la piramide è certamente la forma geometrica che più di ogni altra è legata alla rappresentazione della morte, ma dobbiamo anche ricordarci degli altri contenuti che in modo più o meno esplicito sono ad essa ascritti. Un salto di qualità si è avuto nell’epoca attuale, quando la tecnologia ha permesso di costruire un solido attraversatile con lo sguardo. Se consideriamo allora il paragone con il lavoro di Pei a Parigi, la forma piramidale è suggerita, oltre che da opportunità strutturali, costruttive e funzionali, anche da criteri architettonici e d’inserimento ambientale, cioè non essere quest’opera confusa come completamento o aggiunta dell’attuale complesso, ma da questi staccarsi nettamente rappresentando un segno proprio dei nostri tempi (costruzioni tutto vetro). Tale Forma scatena stupore e controversie rivolte soprattutto al suo simbolismo ma poi le masse esterne e lo spazio interno si fondono tra loro e la luce penetra intatta le pareti di vetro.

Invece al nostro progettista grido con forza: fammi avvertire che c’è di più: che scegli la trasparenza perché vuoi una luce secondo natura, perché amplifichi il limite tra chiuso e aperto o che una delle vescicole interne, una delle cavità sono ribaltate e disvelate. Non farmi impattare invece con un bubbone, con una escrescenza spigolosa. Un esercizio di design “politico” lo avrei anche accettato, o meglio ancora se avessimo intravisto un mero esercizio di stile partendo ad esempio dalla storia del design di Thonet per approdare al freddo metallo contemporaneo.

Caro mio progettista io comprenderò tutto: la fretta, la pressione del committente, l’esiguità del budget, ma alcuni elementi vanno sempre e inderogabilmente inseriti nel porre un segno prima sulla carta e poi sul Territorio.

La prima istanza è “progettare le Emozioni” e qui tutto rimanda al contrario al fantasma di un pezzo di formaggio; Muoversi nel rispetto del contesto storico (e il talento qui espresso non è certo quello di Ieoh Ming Pei); Eviscerare e far vivere il rapporto interno/esterno, sopra/sotto, luce/buio; Capacità di comunicare il progetto Segnare il passo dell’innovazione intellettuale, del gioco dei sensi e svelare il segreto.

Oggi purtroppo ammiriamo solo un rifiuto urbano degno della peggiore periferia, una bruttura in un contesto protetto e nonostante gli sforzi resta e resterà una becera porta in vetri abbaìno dei ratti che, dagli inferi delle loro fogne, salgono alla nostra dimensione.

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